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Triangolo delle acque
Caio Fernando Abreu
prezzo online
13.00 €
 
collana:
pagine:
anno:
formato:
ISBN:
traduzione:
quarup
192
2013
14x21
ISBN: 978-88-95166-29-2
Bruno Persico
 
Sinossi
San Paolo, ma potrebbe essere Londra, Milano, la città in cui tu sei adesso, in un sabato di fine inverno del 2013: insopprimibile e nascosta, indicibile, essenziale, la verità delle cose scivola via -anche- in questa notte, “pulsante, riflessa al contrario in mezzo alla strada”, coi “semafori che tingono di colori le pozzanghere” su cui si naviga.

Due uomini si incontrano “dentro la notte”, si battezzano con nomi che sono omaggio e investitura e, dopo essersi riconosciuti, tirano mattina sotto la pioggia fredda, la garoa dell’inverno paulista, dentro l’euforia effimera e forzata di un sabato sera in una grande città, “con la gente che parla sempre a voce troppo alta, che entra ed esce senza sosta dai locali mangiando e bevendo qualsiasi cosa, paga il conto, balla allucinata, sforzandosi di essere felice prima che sia lunedì”.

È la città di San Paolo, uno degli scenari del Triangolo delle acque, il libro che è valso al gaúcho Caio Fernando Abreu il primo dei due premi Jabuti (il maggior riconoscimento letterario brasiliano) della sua folgorante e breve carriera.

San Paolo, ma potrebbe essere Londra, Milano, la città in cui tu sei adesso, in un sabato di fine inverno del 2013: insopprimibile e nascosta, indicibile, essenziale, la verità delle cose scivola via -anche- in questa notte, “pulsante, riflessa al contrario in mezzo alla strada”, coi “semafori che tingono di colori le pozzanghere” su cui si naviga. Insieme a un’anima gemella, che non è anima e basta (e non è compagnia, non più di quanto tu possa esserlo per lei, o per lui).

Sono scene viste attraverso un vetro bagnato, luci che brillano attraverso una tenda qualsiasi di una sala qualsiasi, ed hanno perciò insieme la totale trasparenza, e l’opacità dei sogni.

Un libro sofferente e luminoso, composto da tre racconti, metafore di strepitosa bellezza sulla contraddizione, plurale/singolare, libertà/impedimento, maschile/femminile, esempi eterni della capacità universalmente umana di produrre insieme “voli e cadute”. Caio Fernando Abreu, con la sua arte e sensibilità, tecnicamente anormali, trasforma il particolare in universale, e amplia la portata dell’ora e qui al sempre e ovunque: nel racconto Il marinaio, in uno spettacolare tessuto di luci, Caio mette in scena un uomo solitario che ha scelto di vivere rinchiuso in una casa, con una stanza simbolicamente vuota, da cui ha tolto anche i rumori dopo un fracasso che gli ha ridotto l’esistenza a “ciò che chiamiamo vita”.

Perché “il qui e il già e l’adesso” non sono altro che “un desiderio di piangere senza lacrime, di vomitare senza nausea, di scopare senza sesso” coi giorni che si “susseguono senza sosta, quello di ieri che genera quello di domani, portando sempre lo stesso sapore di caffè e sigarette”.

Nel suo stile originalissimo e superbo (non a caso, di lui si è parlato come di una Clarice Lispector ubriaca e drogata), Caio Fernando Abreu ci racconta la radice malferma delle cose e la nostra spiazzante condizione di esseri gettati nel mondo con una “specie di desiderio di essere felici”.

 
Caio Fernando Abreu

Vincitore in vita di ben due premi Jabuti, circondato poi – in tutto il mondo – da un amore postumo e straziante, Caio Fernando Abreu (nato a Santiago do Boqueirão nel 1948 e morto nel 1996) ha scritto molto, e quasi sempre “in fretta”: “lo scrittore brasiliano è uno scrittore che opera nei fine settimana, nelle ore libere, nei giorni di festa”, diceva a Vera Aguilar in un’intervista del 1988. Autore di numerose raccolte di racconti, romanzi, intensissime cronache, sceneggiature cinematografiche e teatrali, scopertosi portatore del virus dell’aids nel 1994 (malattia di cui è morto due anni più tardi), ha continuato fino agli ultimi giorni a trasmetterci la testimonianza vividissima del suo amore per la vita.

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