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prezzo online
13.00 €
 
collana:
pagine:
badlands
304
 
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Recensione del romanzo Addio, bellavita di Sam Brumbaugh (Quarup, 2006), pubblicata sul n. 25 di «Stilos», del 19/12/2006

Grottesco, al limite dell’assurdo, ferocemente reale. È il romanzo di un esordiente che racconta di un viaggio in macchina – una sorta di chatwiniano «tredicesimo viaggio» – lungo le enormi distanze degli States (ma narrato dalla mansarda di un cottage), tra le ruvide intercapedini di un’America underground e marginale, piena di dropout, alcolizzati, artisti falliti, tossicodipendenti, esseri fragili e indifesi tra squali terragni.
Tutto comincia nella rarefatta atmosfera di un noir, quando Hayward Theiss, giovane autore televisivo alla ricerca di talenti emergenti del rock – dopo essersi ritrovato, sanguinante e sporco di ghiaia, sul ciglio di una strada, e senza che abbia compreso cosa gli sia capitato –, si rifugia in una villetta sulla spiaggia di Malibu. E sul viaggio reale subito si innesta un lucido e impietoso voyage nell’introspezione e nel disorientamento, in una terra ove alligna una cultura senza radici, tra vite intossicate dai gas di una società corrotta e ipocrita, e triturate da mostruosi ingranaggi; in una terra affamata di vita, ma invasa da una polvere ancor più sottile di quella del deserto, che inesorabilmente si insinua nell’anima.
Il racconto si dipana attraverso un lungo flash-back memoriale di Hayward (la voce narrante), che – come guidato da involontarie reminiscenze, e facilmente cedendo, pur con qualche abusato stilema (colpa dell’inesperienza?), a feconde pause digressive (finestre aperte sulla greve e grigia realtà del suo tempo) – racconta, in prima persona, della sua vita: un’agile sequenza di vicende che si snoda tra la famiglia, gli amici, i compagni di liceo con cui egli ha iniziato una sorta di percorso di formazione alla scoperta del mondo, le donne che ne hanno fatalmente ibridato l’esistenza. Emergono così a poco a poco i vari personaggi del romanzo, vividi simboli di un’umanità che rischia di perdersi nei kafkiani meandri del vivere, che annaspa tra la terribile esilità e l’ambiguità disarmante delle relazioni umane. Personaggi come il bisnonno di Hayward, «quintessenza degli americani solitari e itineranti, come condannati da una maledizione a vagare intrappolati in un mito»: uno stravagante imprenditore del Midwest che, negli anni Trenta, sognava di rendere il mare «l’ultima frontiera abitabile» (attraverso il Sea World, un enorme acquario di vetro azzurro abitabile, un avveniristico centro-studi marino), ancora inconsapevole che «solo gli impianti petroliferi avrebbero mai abitato il mare». O come Kimmel, uno degli amici di Hayward, un cantautore solitario e fallito, che detesta le jam session e le sale di registrazione: «Non pensi mai che siamo nati per crescere? A una certa età fai perfino fatica a tenere il passo della tua crescita. Poi all’improvviso, in un attimo, tutto si ferma. E sei cresciuto. E poi devi soltanto difenderti», aveva detto una volta Kimmel a Hayward (stavano per finire l’università).
E il voyage continua… tra le ambiguità i conformismi e le debolezze di un pezzo d’America di oggi, di cui Brumbaugh cerca di raccontare la radicalità, l’inconsistenza, il grigiore, o il buio, dell’esistenza. Dopo le prove magistrali di scrittori come Kerouac, Fante e Bukowski. Perché – malgrado tutto – val sempre la pena di scovare scampoli di vissuto, tentare di conoscere un uomo, come recitano i versi di Robert Creeley (tratti da I know a Man) – uno dei cantori della Beat generation – con cui Brumbaugh ha voluto cesellare l’epigrafe di Addio, bellavita: «… il buio, dissi, ci / circonda, che / ci possiamo fare, / sennò, compriamo e / perché no, un maledetto macchinone, / guida disse, per / dio, stai / attento a dove vai».


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