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Cronache da un'impossibilità
di Mia Lecomte
prezzo online
13.00 €
 
collana:
pagine:
quarup
144
 
Cronache da un'impossibilità
di Andrea Brancolini

Cronache da un'impossibilità, pubblicato da Quarup, casa editrice pescarese, è la prima raccolta di racconti di Mia Lecomte, autrice di libri di poesia, testi teatrali, libri per l'infanzia, traduttrice, saggista, scrittrice che, dunque, mette alla prova la sua scrittura in più forme, e non mi sembra un caso che prima di un romanzo sia giunta ai racconti, forma che forse permette di sperimentare qualcosa in più, o che almeno ne dà l'impressione. Essendo questo il mio primo incontro con Lecomte ho cercato qualche informazione, date le sue variegate attività scrittorie, e ho letto anche un paio di interviste, dove in una di queste (su sololibri) ho trovato qualcosa di interessante riguardo proprio a questa raccolta, che oltre a esplicare il tema delle storie mi è sembrata per certi versi curiosa: “È una raccolta di racconti più o meno recenti, scritti nel corso degli anni “in margine” alla poesia. Trattano tutti di situazioni impossibili, amorose in particolare, riconducibili ad un’unica impossibilità: quella di essere, di esserci. Insomma, sono tutte autobiografie non vissute – come si intitolava una mia raccolta poetica del 2004 – , ma confesso che il fatto che siano esposte in una pubblicazione, mi crea anche un certo imbarazzo, disagio. Abituata ai travestimenti, anche solo musicali, della poesia, ritrovarmi così, in déshabillé, alla mercé del racconto, mi riporta di colpo al panico dell’adolescenza, nascosta nella toilette di una festicciola… Ti sto leggendo, mi dicono gentilmente gli amici, e non sanno fino a che punto, e con che conseguenze, sia vero”.

Ciò che ho trovato curioso è la considerazione del racconto come forma di nudità rispetto alla scrittura poetica, a quella teatrale, perché di primo acchito verrebbe da dire il contrario: che la poesia è una messa a nudo di sé stessi, che il palco del teatro ci scopre. Certo l'abitudine a una forma di scrittura, l'esperienza nell'uso, danno a chi scrive possibilità di “travestimento”, di frapporre fra sé e la pagina e chi legge strati proteiformi, e sempre una questione di abitudine, anzi, di mia non abitudine a considerare la prosa come estrema messa a nudo rispetto alla poesia mi ha fatto rimanere sorpreso. Poi c'è quella definizione di “autobiografie non vissute” che confonde, perché si tenderebbe a pensare a un racconto “nudo” come un racconto di qualcosa che è accaduto tal quale, di esperienze reali, mentre quel “non vissute” getta tutt'altra luce, un “non vissute” che credo sia da intendersi limitando i confini del “vissuto” ai fatti (anche se credo si viva pure l'immaginazione). Non essendo vissute, non possono essere altro che immaginate, desiderate, sognate, pensate. Non essendo il vissuto “in déshabillé” è quindi l'immaginazione e l'imbarazzo non è relativo al corpo, ma al pensiero, alla propria capacità immaginativa? Si è più svestiti quando lo è il nostro corpo o quando esprimiamo fino in fondo ciò che agita la nostra mente?

A questi dieci racconti non interessa tanto rispondere a tali domande, né rispondere ad altre, ponendo l'impossibilità al centro della narrazione, l'impossibilità per una persona di esserci per un'altra, ma anche per sé stessa, l'impossibilità di comunicare veramente sia con gli altri che con sé, l'impossibilità di distinguere fra reale e ideale, fra dato fisico e la sua proiezione mentale, fra la considerazione che altre persone hanno di te, quella che tu pensi che le altre abbiano e quella che tu hai per te. Non sono racconti piani, sono storie che richiedono attenzione, che giocano e che ti chiedono di giocare, di abbandonarti per poterle gustare, di travalicare confini fra detto, non detto, immaginato, pensato, fra razionalità e irrazionalità, sogno. Per certo gusto teatrale, del dialogo, del surreale nel quotidiano, mi veniva all'inizio di accostare questa scrittura a quella landolfiana, e se per certi versi ci può essere una vicinanza rimane comunque maggiore la distanza.

Sono cronache di abitazioni che non si possono abitare, da cui partire e a cui tornare, case, appartamenti e sì, corpi; non si può far altro che usare il pensiero, razionalizzare o sognare, discutere o rimanere in silenzio senza essere capaci di abitare davvero, di vivere i luoghi e le persone, persino le pagine. C'è lo scrittore dei tra parentesi dello scrittore famoso (forse ha anche uno scrittore per la punteggiatura, uno per gli aggettivi, uno per...?), la coppia in cui lei ha scelto (è stata scelta) il cane come amante, l'uomo della forma, la donna cui qualcuno ha occupato la casa, l'uomo che trova in libreria un libro scritto da qualcuno col suo nome e la sua faccia, la donna delle pulizie e l'uomo nella stanza d'albergo e così via.

Torno al titolo, Cronache da un'impossibilità, e mi sembra che tutto ruoti intorno al mezzo con cui a me lettore arrivano queste cronache, alla parola, una parola che si fa tramite tra impossibile e esistente (io esisto, no?), che dunque nel mezzo trova una possibilità di esistenza, forse, che dall'impossibilità l'unico modo di comunicare con questo mondo è immaginarsi possibile. L'impossibilità scritta non è forse un po' meno impossibile? Messa così può forse sembrare una riflessione sul ruolo della scrittura, chissà.

“Chissà se il mio autore esiste realmente, e non sia piuttosto il risultato di un intelligente (o solo naturale) assemblaggio di costrutti. Se esistono gli scrittori (e i loro libri). Esiste almeno un solo scrittore? (e il suo libro completo?) Tutte domande inutili. Non è dato di saperlo, da contratto (una postilla in grassetto, in fondo). Tra parentesi.” (pag. 13)


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