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Un matrimonio benedetto
di Ngūgī wa Thiong’o
prezzo online
13.00 €
 
collana:
pagine:
quarup
192
 
La vergogna dell’uomo diviso
di Sara Amorosini

Sull'onda dalla riscoperta italiana di Ngugi wa Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015, tradotto da Maria Teresa Carbone, cfr. “L’Indice”, 2015, n.9) l’editore abruzzese Quarup ha deciso di tirare fuori dalla manica questa piccola perla: la raccolta di racconti Un matrimonio benedetto (1975),
uno dei suoi ultimi testi letterari in inglese. Questi racconti sono sempre rimasti al margine della narrativa di Ngugi, quasi ignorati dalla critica, per via dei temi in buona parte ricorrenti o forse per via della forma breve, non così congeniale a Ngugi quanto la forma lunga dei romanzi o anche solo dei mémoires, in cui l’autore dà realmente sfoggio di tutta la sua estrema abilità di narratore. Ciò non toglie a Quarup il merito non solo di aver contribuito a dar voce in Italia a questo autore di fama internazionale, ma anche di aver riscoperto questo libro in particolare, inserendolo nella loro collana istituzionale accanto a José Saramago e Mia Couto.

Le tre sezioni che compongono la raccolta (Madri e figli, Dominatori e vittime e Vite nascoste) sono di fatto riconducibili ad altrettanti nuclei tematici, mentre la collocazione spaziale e soprattutto temporale varia da racconto a racconto, con il preciso intento di offrire sprazzi di vita coloniale e post-coloniale (1963), passando per la guerra dei Mau Mau. Madri e figli propone diverse prospettive sulla maternità e su come una donna possa vivere la mancanza di figli all’interno di una società tradizionalmente patriarcale incentrata sulla fertilità femminile. Dominatori e vittime si rivela la sezione più pregnante e incisiva di tutta la raccolta: i personaggi assumono spessore psicologico e compaiono temi chiave come il confronto religioso tra cristianesimo e modernità o tra paganesimo e tradizione (emblematico il racconto Il prete del villaggio, che mostra i dubbi di un prete neo-convertito al cristianesimo) e quello sociale tra colonizzatori bianchi e colonizzati neri (a questo proposito La vittima è probabilmente il racconto migliore della raccolta, seguito a ruota da Addio all’Africa). Queste prime due sezioni sono spesso ambientate in remoti villaggi dell’area rurale, immersi in un’immobilità atavica, dove la tradizione regna sovrana. Vite nascoste invece è ben radicata nell’ambientazione urbana, quale simbolo di contrasto sociale e politico, il lato “marcio” del nuovo Kenya (vedasi ad esempio la trasformazione del protagonista di L’uomo di Mubenzi una volta in città). Qua l’autore si avvale di un tono più ironico, adatto al taglio di denuncia ma anche di amara delusione per il mancato progresso post-indipendenza, spostando così l’attenzione sull’ipocrisia e l’amoralità della nuova classe dirigente (impagabile la “lotta all’ultima bara” in Un funerale in Mercedes). Fil rouge che attraversa tutta la raccolta è infine l’acuto senso di vergogna (la paura del giudizio) declinato in ogni sua forma: fonte costante di profonde lacerazioni psicologiche all’interno dell’individuo e dagli esiti più imprevedibili.

Detto ciò e senza nulla togliere alla bontà dell’operazione editoriale, un appunto va fatto alla cura del testo. Pur trattandosi di un’opera minore, la cifra letteraria dell’autore dovrebbe essere di per sé più che sufficiente a richiedere un serio e adeguato apparato critico. La stessa carenza si riscontra anche nella traduzione, che non si dimostra minimamente all’altezza della lingua e della cultura di partenza, né tantomeno di quella di arrivo.
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La vergogna dell’uomo diviso (Sara Amorosini)
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