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È un pugno nello stomaco questo libro di Greg O’Brien intitolato Un posto chiamato Plutone. Il volume – a cura di Milena de Luca, traduzione di Alessandro Agus e Valerio Murri, prefazione di Lisa Genova, edito da Quarup a fine 2018 – trascina il lettore «dentro la mente dell’Alzheimer». Una malattia che, secondo i calcoli dell’Associazione internazionale contro l’Alzheimer, colpisce una persona nel mondo ogni tre secondi. I centri per il controllo e la prevenzione, dal 1999 al 2014 hanno registrato un incremento del 55% del tasso medio di mortalità per Alzheimer e si prevede che, nei prossimi anni, il numero dei morti aumenterà in modo vertiginoso. Attualmente, sono 5,5 milioni gli statunitensi ufficialmente malati, al netto di coloro che sono affetti da Alzheimer ma non ne sono consapevoli. Entro il 2050, il numero raddoppierà, fino a toccare i 13,8 milioni di casi. Le diagnosi certificate nel mondo per questa malattia, che colpisce più le donne che gli uomini, riguardano circa 30 milioni di persone, ma si calcola che oltre 135 milioni di persone sono destinate a sviluppare una qualche forma di demenza a livello globale. In Italia, la malattia risulta al sesto posto nella classifica delle cause di morte.

Un posto chiamato Plutone analizza il drammatico avanzare della patologia e le sue conseguenze, su chi ne è colpito e sui familiari, attraverso il racconto dell’autore, giornalista investigativo e firma di testate prestigiose come il «Washington Post» per più di 35 anni.

Con una scrittura precisa e coinvolgente, venata di ironia, O’Brien descrive le strategie messe in atto per resistere alla malattia, ben sapendo che il declino comunque arriverà, inarrestabile. L’Alzheimer – un morbo che deve il suo nome al nome del medico che, nel 1906 individuò per primo placche amiloidi e grovigli neurofibrillari che privano il cervello della sua identità – avanza lentamente, uccidendo le cellule del tessuto nervoso. L’autore ne disseziona le tappe. Il primo stadio si manifesta mediante una crescente compromissione della facoltà di apprendimento e della memoria a breve termine, e comporta occasionali difficoltà nell’esprimersi. Il livello intermedio è quello a cui il giornalista si sta avvicinando quando decide di scrivere questo libro, fidando sulle “riserve cognitive” di una creatività ancora intatta. Nello stadio intermedio si verifica un progressivo decadimento che impedisce di svolgere alcune funzioni quotidiane: «la memoria a breve peggiora, si perdono i filtri, la rabbia si intensifica e di tanto in tanto si manifesta un’incapacità di riconoscere luoghi e persone che si conoscono, con l’aggiunta di problemi di incontinenza urinaria e intestinale; a volte si presentano anche allucinazioni». Lo stadio avanzato implica la perdita di controllo e il crollo completo delle funzioni, tanto cognitive che corporee.

Per l’Alzheimer, l’autore usa l’immagine del dente di leone, il fiore giallo con le foglie dentellate che si ritiene esista da circa 30 milioni di anni: nasce come un fiore, poi diventa erbaccia, per morire poco a poco appassendo dalla testa in giù; «alla fine» – scrive – «le sue bianche e filamentose infiorescenze, soffici soffioni geneticamente identici alla pianta madre, volano via a impollinare il mondo».

Un posto chiamato Plutone, «non è un’orgia di autocommiserazione, o un memoir della sfiga», ma un libro intenso, che invita a diversi piani di riflessione. Si può racchiudere in quella frase di Ernest Hemingway, che dice: «Non c’è nessuno che il mondo non spezzi, però molti poi si rafforzano nel punto in cui sono stati spezzati». Oppure, rifarsi a quello che «disse una volta il grande Bugs Bunny: non prendere la vita troppo sul serio, perché tanto nessuno ne esce vivo».



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